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Applicabilità delle norme del T.U. sicurezza al lavoratore autonomo ( 05-01-2010)

Il lavoratore autonomo come soggetto destinatario di obblighi e prescrizioni.

Nel momento in cui si affronta l’esame della questione relativa all’applicabilità delle norme del d. lgs. n. 81/08 al lavoratore autonomo occorre partire dall’esame dell’art. 2222 del c.c., che nel definire la succitata figura precisa come si intende, al riguardo, “colui che si obbliga a compiere, con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente, un’opera o un servizio”.

 

Il T.U. in materia di sicurezza di lavoro, precisamente all’art. 3, comma 4, richiama ed annovera il lavoratore autonomo tra i soggetti destinatari di obblighi e di sanzioni.

 

La disposizione in esame si presenta fortemente innovativa anche in considerazione del fatto che il precedente d. lgs. 626/1994 non faceva assoluta menzione di obblighi in capo al lavoratore autonomo od a figure ad esso equiparate.

 

Oggi l’art. 3 del d. lgs. 81/08 modifica radicalmente le cose.

 

Per avere contezza della nuova realtà normativa si può rivolgere l’attenzione al successivo art. 21 che, a chiare lettere, stabilisce gli obblighi che i lavoratori autonomi devono, inderogabilmente, osservare per ottemperare alle prescrizioni del decreto in esame:

- durante le fasi lavorative, si prescrive l’obbligo di utilizzare attrezzature di lavoro che si presentino in perfetta conformità alle disposizioni di cui al titolo III relativo all’uso delle attrezzature di lavoro e dei dispositivi di protezione individuale;

- munirsi di appositi dispositivi di protezione individuale ed utilizzare gli stessi conformemente alle disposizioni di cui al titolo III.

 

Nel momento in cui il legislatore prescrive l’uso dei predetti dispositivi occorre definire e circoscrivere la predetta nozione al fine di evitare incertezze sul punto.

 

Per dispositivi di protezione individuale si intende, precisamente, l’attrezzatura destinata ad essere indossata dai lavoratori al fine precipuo di assicurare la protezione degli stessi contro uno o più rischi suscettibili di minacciare e compromettere la loro sicurezza e la salute, durante lo svolgimento dell’attività lavorativa.

 

- ancora, si richiede di munirsi di apposito tesserino di riconoscimento il cui obiettivo è, essenzialmente, quello di poter assicurare l’immediato riconoscimento del singolo lavoratore autonomo attraverso l’indicazione delle proprie generalità nonché della foto.

 

Occorre sottolineare l’importante novità introdotta dall’art. 27, anche se non ancora operativa, relativa ad un sistema di qualificazione, sia delle imprese che dei lavoratori autonomi, che si realizzerà attraverso l’adozione di uno strumento che consentirà la costante verifica dell’idoneità del lavoratore autonomo in merito all’assenza di violazioni alle prescrizioni previste in materia di requisiti, formazione, provvedimenti emanati dagli Organi di vigilanza.

 

Tale sistema, definito patente a punti, che attribuisce ai lavoratori autonomi un punteggio iniziale che può essere decurtato in seguito ad accertate violazioni in materia di sicurezza e salute sul lavoro, costituisce un efficace sistema di controllo e di garanzia per i lavoratori.

 

Ovviamente l’azzeramento del punteggio, dovuto alla reiterazione di violazione, determinerà in automatico l’impossibilità del lavoratore autonomo a svolgere la propria attività.

 

Per quanto concerne l’aspetto sanzionatorio occorre incentrare l’attenzione su due disposizioni che assumono un ruolo centrale.

 

L’art. 60 prevede:

- l’arresto sino ad 1 mese ovvero l’ammenda da 200,00 a 600,00 euro per l’utilizzo di attrezzature che si presentino non conformi e per il mancato uso di dispositivi di protezione individuale;

- la sanzione amministrativa pecuniaria da 50,00 a 300,00 euro ove non si fosse in possesso del tesserino di riconoscimento.

 

L’art. 160 stabilisce e prescrive:

- l’arresto fino a 3 mesi e l’ammenda da 400,00 a 1.600,00 euro se il lavoratore autonomo non si attenga alle prescrizioni del Piano di sicurezza e coordinamento;

- l’arresto fino ad 1 mese e l’ammenda da 300,00 a 800,00 euro se il lavoratore autonomo, ai fini della sicurezza, non si adegua, durante la propria attività in cantiere, alle indicazioni fornite dal coordinatore per l’esecuzione dei lavori;

- l’arresto fino ad 1 mese e l’ammenda da 200,00 a 600,00 euro per la violazione delle disposizioni ex art. 124, art. 138 e art. 152.

 

 



Diritto di accesso agli atti ispettivi e tutela delle dichiarazioni rese dai lavoratori ( 05-01-2010)

La nuova portata delle disposizione della legge 241/90 alla luce della giurisprudenza amministrativa

La questione oggetto di esame riveste un’importanza centrale nei delicati rapporti tra ditte ispezionate, organi di vigilanza e lavoratori.

 

Gli atti ispettivi, redatti dagli organi di vigilanza, se, da un lato, costituiscono importanti elementi istruttori per gli stessi organi, dall’altro, potrebbero consentire alle ditte ispezionate una difesa giudiziale più incisiva ed efficace.

 

Il punto di partenza, per un corretto inquadramento dell’argomento, è costituito dalla normativa di riferimento e rappresentata dalla legge 241/1990, così come modificata dalla successiva legge 15/2005.

 

Preliminarmente occorre chiarire come l’accesso ai documenti amministrativi altro non è se non il diritto riconosciuto ai soggetti interessati di prendere visione o estrarre copia del contenuto di atti detenuti da una pubblica amministrazione.

 

Tale diritto ha ottenuto una vera propria consacrazione negli artt. 22 e ss. della normativa citata.

 

Tuttavia il riconoscimento dello stesso è sottoposto alla sussistenza di precisi presupposti quali:

- l’esistenza in capo al titolare di un interesse concreto ed attuale alla conoscenza del documento per il quale si richiede l’accesso;

- che il predetto documento sia detenuto da una pubblica amministrazione ed attenga ad un’attività di interesse pubblico;

- che rispetto a tale documento non sussistano divieti espressamente previsti dall’art. 24 della legge 241/1990.

 

Oltre al dato normativo deve aversi riguardo, anche, alla copiosa normativa ministeriale emanata sul punto.

 

L’art. 1 del regolamento del Ministero del lavoro prevede e prescrive l’esclusione dall’accesso dei documenti “contenenti notizie acquisite nel corso delle attività ispettive, quando dalla loro divulgazione possano derivare azioni discriminatorie o indebite pressioni o pregiudizi a carico di lavoratori o di terzi”.

 

Inoltre il successivo art. 3 aggiunge e precisa che i documenti relativi a notizie acquisite nel corso dell’attività ispettiva sono sottratti all’accesso finché perduri il rapporto di lavoro.

 

E la medesima ratio è alla base delle prescrizioni contenute nel Codice di comportamento degli ispettori del lavoro laddove, espressamente, sancisce il categorico divieto per il personale ispettivo di rilasciare copia della dichiarazione al lavoratore dichiarante ed al soggetto ispezionato in sede di ispezione e sino alla conclusione degli accertamenti.

La finalità perseguita dalle disposizioni citate è essenzialmente quella di riconoscere e garantire i lavoratore dichiarante da possibili attività discriminatorie e persecutorie da parte del datore di lavoro ispezionato.

 

Rivolgendo la nostra attenzione al quadro giurisprudenziale non può non evidenziarsi l’esistenza sul punto di un atteggiamento alquanto deciso volto a sostenere come nel conflitto tra diritto di accesso e privacy la prevalenza deve essere indiscutibilmente riconosciuta alla segregazione delle dichiarazioni in quanto la tutela della riservatezza dei lavoratori viene vista come strumento idoneo ad evitare la fisiologica reticenza dei dipendenti a fornire utili informazioni agli organi di vigilanza.

 

Il Consiglio di Stato, con sentenza n. 736/2009, ha avuto modo di precisare che l’obiettivo primario deve essere quello di garantire tutela al soggetto debole rappresentato dal lavoratore dichiarante.

 

Tale scelta, come precisa la pronuncia in esame, non comprometterebbe assolutamente le esigenze difensive del datore di lavoro garantite dalla documentazione che ogni lavoratore è tenuto a possedere, nonché dalla possibilità di ottenere accertamenti istruttori in sede giudiziaria.



Indennizzabilità dell'infortunio in itinere. Tutela del lavoratore. ( 07-01-2010)

Infortunio in itinere: nuovo trend giurisprudenziale.

Preliminarmente nell’esame del predetto istituto occorre evidenziare e precisare come con l’espressione “infortunio in itinere” si faccia riferimento alla vasta gamma di infortuni lavorativi che accadono tanto a coloro che potremmo definire i “professionisti della strada”, vale a dire i lavoratori per i quali la strada rappresenta il normale luogo di lavoro, quanto agli incidenti che avvengono lungo il percorso casa-lavoro-casa a tutti i lavoratori assicurati.

 

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