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Esposizione alle microfibre di amianto e omissioni da parte del datore di lavoro ( 28-10-2013)


La Suprema Corte, con sentenza del 21 agosto 2013, n. 35309, ha precisato che sussiste il nesso di causalità tra l'omessa adozione da parte del datore di lavoro di idonee misure di protezione utili ad evitare il danno e il decesso dei lavoratori, in conseguenza della protratta esposizione alle microfibre di amianto. Infatti, "pur non essendo possibile determinare l'esatto momento di insorgenza della malattia, deve ritenersi prevedibile che la condotta doverosa avrebbe potuto incidere positivamente anche solo sul tempo di latenza" Quindi, se il garante avesse tenuto la condotta lecita prevista dalla legge, operando secondo il noto principio di contro fattualità, l'evento non si sarebbe verificato o al massimo si sarebbe verificato ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva. L’evento è da ritenersi quindi evitabile con l’osservanza delle varie norme volte alla prevenzione del rischio. Dunque, il possesso di elevata competenza di settore, di approfondita conoscenza del concreto contesto lavorativo e del materiale trattato, la funzione apicale, le dimensioni aziendali, la possibilità di valersi di specifiche competenze, tali da far presupporre la sussistenza di condizioni sufficienti per cogliere la specifica, elevata rischiosità delle lavorazioni svolte, erano tali da non poter ingenerare dubbi di sorta sulla circostanza che le microfibre, di cui si impregnava radicalmente l'aria, fossero sicuramente nocive, ben oltre il rischio dell'asbestosi.